Roma. Ipogeo di Via Dino Compagni

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 Roma. Ipogeo di Via Dino Compagni

L’ipogeo di Via Dino Compagni a Roma

L’ipogeo di via Dino Compagni è situato all’incrocio tra l’attuale via Cesare Baronio e la via Latina, nel quartiere Appio – Latino, a Roma. Vi si accede da una griglia nel marciapiede, di fronte al civico 258.

La notizia dell’esistenza di una catacomba era stata data alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra già nel 1953, ma fu solo nel 1955 che il giovane ingegner Mario Santa Maria, calandosi in uno dei fori per i pali di posa del palazzo che doveva essere costruito, fu testimone oculare del meraviglioso ipogeo che si estendeva sotto terra.

La notizia venne data quindi a Padre Antonio Ferrua che, da quel momento, iniziò lo studio del monumento, pubblicando l’editio princeps.

Roma. Ipogeo di Via Dino Compagni

Lo scavo archeologico venne avviato solo il 2 novembre del 1955, dopo varie vicissitudini con gli inquilini del palazzo i cui pali di posa avevano danneggiato alcuni ambienti dell’ipogeo. In quell’anno venne svuotato il cubicolo F per poi passare agli altri ambienti che erano coperti da una frana. Nel 1956 si arrivò al cubicolo A, il primo ambiente, che però aveva subito parecchi danni a causa dell’acqua che si era infiltrata e aveva raggiunto gli arcosoli ricoprendoli e provocando distacchi di intonaco. Il cubicolo A1 invece era completamente franato.

Ferrua scrive che in passato l’ipogeo doveva già essere stato violato. I sepolcri infatti vennero saccheggiati dopo essere stati frantumati a colpi di mazza.

Datazione e programma decorativo

L’ipogeo di via Dino Compagni è datato all’ultima fase del IV secolo. È un’arte, quella che si riscontra al suo interno, che presenta resistenze pagane collocabili, per convenzione, durante il periodo di Giuliano l’Apostata, ma che si disloca per tutta la metà del IV secolo fino a Teodosio.

Una delle svariate particolarità dell’ipogeo è quella di avere un’architettura in negativo ovvero direttamente scavata e ricavata dal tufo. Le colonnine presenti saranno quindi direttamente fatte emergere dal tufo.

Ciò che colpisce maggiormente sono però le pareti interamente affrescate. Padre Ferrua definì l’ipogeo “la pinacoteca del IV secolo” per la meraviglia che suscitò. Le pitture coprono tutti gli ambienti eccetto tre vani che vennero solo scavati e non terminati, alcuni dei quali sono intonacati. Tutte le pitture sono eseguite con la tecnica dell’affresco.

È un ipogeo di diritto privato, riservato all’uso di un gruppo ristretto di famiglie. Questa notizia potrebbe spiegare anche la commistione di temi sacri e profani che si succedono negli affreschi.

Purtroppo le iscrizioni più importanti sono scomparse con i saccheggi per cui non si può attribuire ad una determinata famiglia. L’ipogeo è infatti chiamato “anonimo di via Dino Compagni, o di via Latina” (altra denominazione è “ipogeo Ferrua” dal nome dello scopritore). Nell’attuazione dello scavo alcuni ambienti sembrano assumere le caratteristiche di uno spazio chiuso, probabilmente sottomessi alle esigenze del gruppo che li aveva commissionati.

Il programma decorativo non è certo dei più semplici. Riporta infatti numerosissime scene bibliche, Neo e Veterotestamentarie, con schemi iconografici particolari, ma soprattutto con rappresentazioni di episodi rari nella pittura catacombale.

Le pitture di via Latina vennero esaminate da molti studiosi per le loro particolarità. Padre Ferrua, così come Bisconti e altri, riteneva fosse stato preso spunto da Bibbie miniate o almeno da cartoni che, in quel periodo, giravano. Si spiegherebbero così le rappresentazioni di cicli figurativi dispiegati lungo le pareti dei cubicoli.

Cominciando ad esaminare il primo cubicolo, A, si noterà la volta suddivisa in varie scene con un ottagono centrale che accoglie il Buon Pastore, motore cosmico e da sempre ricorrente nell’arte catacombale sin dai primi secoli. Le scene intorno riportano un’adorazione dei Magi, l’Annunciazione e infine, essendo il quarto quadro perduto, una scena molto particolare, derivata dalle storie apocrife, che è stata interpretata come la prova delle acque amare.

All’interno di questo cubicolo vediamo prender vita episodi che ripercorrono l’Antico Testamento a cominciare dai Protogenitori, Daniele tra i leoni, la scena rarissima di Noè ebbro, la cena d’Isacco, l’immancabile Susanna tra i seniores, il miracolo della fonte operato da Mosè associato a Mosè che parla agi Israeliti, i tre giovani fanciulli ebrei della fornace di Babilonia (in uno schema particolare con la presenza dell’idolo proposto da Nabucodonosor), il ciclo del profeta Giona con i quattro episodi che lo caratterizzano (Giona gettato in mare e ingoiato dal pistrice, Giona rigettato dal pistrice, Giona in riposo sotto la pergola, Giona pensieroso sotto la pergola secca), scene di genere, bucoliche e, infine, un magnifico Collegio Apostolico che dall’alto dell’arcosolio di fondo domina il cubicolo.

Proseguendo per il cubicolo B, la volta presenta la scena del diluvio universale, purtroppo perduta in gran parte, seguita da Assalonne che si impiglia per i capelli alla quercia, e ancora da Sansone che strozza il leone (anche questa scena è andata in gran parte perduta), mentre il riquadro centrale non doveva essere decorato.

A destra del vano d’ingresso, è raffigurata una scena particolare, derivata dal libro di Numeri: è quella di Finees, figlio del sacerdote Eleazaro, che infilza i due amanti Zamri e Cozbi nel loro giaciglio. Dalla parte opposta abbiamo Tobiolo con il pesce, mentre all’interno del cubicolo troviamo l’episodio del sogno di Giuseppe l’ebreo, la scala caeli di Giacobbe, e ancora Balaam sull’asina fermato dall’angelo.

Balaam sull’asina fermato dall’angelo
Balaam sull’asina fermato dall’angelo, cubicolo F 

Più avanti negli altri cubicoli, torna la scena di Balaam con l’angelo e Balaam che indica la stella, così come altri episodi della vita di Sansone (mentre uccide i Filistei con la mascella d’asino, oppure quando le volpi devastano i campi dei Filistei), o ancora di Mosè (Mosè bambino trovato dalla figlia del faraone, la resurrezione delle ossa di Giuseppe, l’episodio della colonna di fuoco, o ancora il meraviglioso attraversamento del Mar Rosso che si dispiega su ben tre pareti).

Sansone che uccide i Filistei
Sansone che uccide i Filistei con la mascella d’asino, cubicolo F

Una delle scene più frequenti nell’arte catacombale è sicuramente quella del sacrificio di Isacco che però è qui proposta con uno schema iconografico particolare e direi completo di tutti gli elementi presenti nel racconto. Sull’altare ardono dei pezzi di legna, mentre da dietro emerge l’ariete. In alto a sinistra si trovava la Manus Dei, di cui purtroppo rimangono solo poco tracce. Abramo impugna una spada e ascolta la voce di Dio.

Isacco è inginocchiato e curvo con le mani legate dietro la schiena. Sotto, come in un secondo registro, vi è un servo che si è fermato con l’asino ai piedi del monte. Questa scena si trova nel cubicolo C, ma è ripetuta nel vano L, senza il servitore e l’asino.

Come si diceva precedentemente, non vi sono soltanto episodi riguardanti Antico e Nuovo Testamento, ma anche personaggi e scene di repertorio pagano. È questo il caso della Tellus, dipinta nel cubicolo omonimo, confusa con Cleopatra per la presenza di un serpentello, oppure degli episodi riguardanti Ercole che lo vedono protagonista con Atena, quando riconduce Alcesti nell’Ade, mentre uccide l’idra e, infine, mentre porta via i pomi delle Esperidi.

Cerere e Abbondanza compaiono con spighe, fiaccola e anfore nel cubicolo O.

Singolare nel cubicolo M è la scena dei due soldati romani che si giocano la tunica di Gesù. Purtroppo l’episodio è poco visibile a causa di uno dei pali di posa del palazzo che andò a collocarsi proprio davanti a uno dei due personaggi. In mezzo ai due soldati vi è un credenzino da cui sorgono due aste con una traversa, attorno alla quale gira un vaso dalla cui bocca escono dischetti, uno rosa e l’altro verde.

Scena prettamente Neotestamentaria è invece quella della Samaritana al pozzo che si trova nel cubicolo F oppure l’immancabile resurrezione di Lazzaro nel cubicolo O.

Scena della Samaritana al pozzo
Scena della Samaritana al pozzo, cubicolo F

L’ambiente I presenta invece due scene contrapposte. L’arcosolio sinistro riporta la figurazione di Cristo in cattedra tra Pietro e Paolo. I due Principi degli Apostoli sono caratterizzati fisionomicamente come di consueto. Pietro ha infatti la barba corta, mentre Paolo è stempiato, con la barba appuntita. Entrambi si trovano in piedi. Cristo invece è nimbato, tiene un rotolo aperto e con la destra fa il gesto dell’adlocutio. Anche per questo arcosolio la visibilità è limitata da un palo di posa che si colloca davanti a Pietro.

L’arcosolio destro prevede invece una rappresentazione di diverso genere: una lezione di medicina. Al centro è seduto un uomo in pallio alla cinica. Ha la barba corta ed è anziano e indica qualcosa verso il basso. Tre giovani sono seduti alla sua sinistra, mentre vi sono altri tre a destra, tutti in tunica e pallio. Qualcuno di loro conversa, mentre uno di essi tiene una virga e con quella indica un foro nella pancia di un uomo nudo disteso a terra, con braccia stese lungo il corpo.

Come si è visto da questo breve excursus sulle pitture dell’ipogeo di via Dino Compagni, è evidente che in questi ambienti ci sia l’influsso dell’arte del sopraterra. Basti pensare al Collegio Apostolico: schemi simili si ritrovano spesso nell’arte di IV secolo (un esempio è il Collegio Apostolico di Sant’Aquilino a Milano).

Collegio Apostolico, cubicolo A
Collegio Apostolico, cubicolo A

È un tema questo che compare anche nei sarcofagi “a porte di città”.

Il collegamento tra i cicli Veterotestamentari nell’ipogeo e i cicli miniati, con l’arte monumentale e la plastica funeraria è sicuramente la caratteristica più importante del progetto globale del monumento che spinge la datazione verso il tardo IV secolo e verso una tradizione figurativa che tocca da vicino i codici proto bizantini. Questo è sicuramente un punto fermo considerando i vari cicli che si vanno dispiegando lungo le pareti sotterranee di questa fantastica pinacoteca: il ciclo di Sansone, quello di Giobbe, di Balaam, Noè e infine di Isacco, per non contare le innumerevoli volte in cui ritorna Mosè.

Bibliografia

  • Ferrua A., Le pitture della nuova catacomba di via Latina, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, 1960
  • Bisconti F., Il restauro dell’ipogeo di Via Dino Compagni – Nuove idee per la lettura del programma decorativo del cubicolo “A”, Città del Vaticano, 2003

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