Euripide: opere

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Euripide: opere

Le opere superstiti di Euripide

Le fonti fissano il numero delle opere di Euripide a novantadue, ma già in epoca alessandrina se ne conoscevano soltanto sessantotto, delle quali tre spurie. Successivamente venne stabilita una selezione che comprendeva diciannove drammi. Di altre tragedie (Antiope, Archelao, Eretteo, Cresfonte, Cretesi, Telefo, Issipile e Fetonte) conosciamo ampie parti grazie alla tradizione papiracea.

Alcesti (438 a.C.)

Il re Admeto deve morire, ma il dio Apollo, suo protettore, ha ottenuto dalle Moire (2) la sua salvezza, se un altro si sacrificherà al suo posto. Sia suo padre che sua madre hanno rifiutato, ma sua moglie Alcesti è disposta a morire in vece sua. Il demone Thanatos (Morte) è venuto a prenderla e Alcesti saluta penosamente il marito, che adotta un comportamento contraddittorio, da una parte accettando il sacrificio della moglie, dall’altra piangendo addolorato per la sua imminente scomparsa. Arriva ospite Eracle, amico di Admeto, che gli tace l’accaduto, ma lo accoglie a braccia aperte. Durante il rito funebre Ferete, padre di Admeto, rinfaccia al figlio di aver accettato che la moglie morisse al suo posto: abbiamo qui la contrapposizione di due egoismi, dei quali l’autore denuncia la miseria tipica dei comuni mortali.

Quando Eracle viene a conoscenza dell’accaduto, insegue il demone della morte e gli strappa Alcesti per riportarla al marito, ma la copre con un velo simulando ad Admeto che si tratta di un’altra donna. Admeto la rifiuta, ribadendo la sua fedeltà alla moglie scomparsa e ciò basta per meritarsi la ricompensa di avere di nuovo la sua compagna al fianco.

Medea (431 a.C.)

Nella Medea, Euripide raggiunge il suo vertice nel delineare psicologicamente la protagonista.

Medea è giunta in Grecia con Giasone e i figli avuti da lui, dopo averlo aiutato, con le sue arti magiche, a conquistare il vello d’oro (3). Ma adesso a Giasone si aprono nuove prospettive: il re di Corinto vuole concedergli in moglie la figlia Creusa e quindi l’eroe è deciso ad abbandonare Medea che non è riuscita ad integrarsi con il mondo che la ospita, in quanto è sospettoso nei suoi confronti perchè straniera e dotata di superiore sapienza. In un dialogo drammatico fra Medea e Giasone, essa capisce che ormai fra loro esiste un abisso incolmabile e medita una tremenda vendetta. Medea è sconvolta da sentimenti contrastanti: sessualità frustrata, proposito di vendetta, paura dell’isolamento, senso di giustizia violata, orgoglio ferito. Tutte queste passioni la inducono a compiere un progetto fatale che annienterà l’uomo che ha amato: l’uccisione dei suoi stessi figli. Prima di portare a termine quanto si è prefissa, invia alla giovane sposa, figlia del re di Corinto, una veste come dono, ma questa è intrisa di veleno e la carne della ragazza viene arsa all’istante, insieme a quella del padre che era andato in suo soccorso. Poi, dopo un soliloquio straziante, uccide i figli con le sue stesse mani, carica i loro corpi sul carro del Sole, suo progenitore, ridendo crudelmente di fronte al dolore di Giasone.

Ippolito (428 a.C.)

Ippolito, figlio di Teseo, rinnega l’amore per rimanere fedele al suo ideale di purezza e di vita virile, essendo seguace della dea Artemide.

La dea Afrodite è sdegnata e offesa dal comportamento di Ippolito e medita vendetta, facendo innamorare di lui la matrigna Fedra, attuale moglie di Teseo. Fedra si innamora perdutamente di Teseo e in un momento di sconforto rivela il suo sentimento alla sua cara nutrice che, pensando di aiutare la padrona, riferisce ad Ippolito la passione di Fedra. Il giovane, inorridito da quanto ascolta, maledice la stirpe delle donne; Fedra di nascosto ha ascoltato la conversazione e, in preda al dolore, si uccide, ma prima scrive una lettera al marito nella quale accusa Ippolito di averle fatto violenza. Teseo crede alla calunnia e invoca il dio Poseidone perchè punisca il figlio. Ippolito in quel momento è sul suo carro e viene travolto dai suoi stessi cavalli. Un messo a corte annuncia l’incidente e porta il corpo agonizzante del ragazzo. Sulla scena, all’improvviso, compare Artemide che discolpa dall’accusa il suo protetto, il quale, prima di morire, accorda il proprio perdono al padre.

Eraclidi (fra 430 e 427 a.C.)

Euristeo, nemico di Eracle, perseguita i suoi figli, che vengono accolti da Demofonte, re di Atene. Durante una battaglia, Euristeo è fatto prigioniero dagli Ateniesi, ma prima dello scontro un responso ha vaticinato che per propiziare la loro vittoria è necessario il sacrificio di una vergine. Macaria, una delle figlie di Eracle, si offre spontaneamente. Alla fine dello scontro Euristeo viene condotto davanti alla vecchia madre di Eracle, Alcmena, che esige la sua morte, sebbene affermi che al suo corpo saranno resi onori funebri.

Ecuba (424 a.C.)

La città di Troia è ormai caduta in mano ai Greci, che vogliono sacrificare Polissena, figlia di Priamo ed Ecuba, sulla tomba di Achille. La madre Ecuba si oppone veementemente ad Odisseo, ma la fanciulla accetta il suo destino con la dignità propria del suo rango e della sua educazione regale. Ecuba però trova sulla spiaggia il cadavere di un altro figlio, Polidoro che, nella speranza di salvarlo, aveva inviato, con molte ricchezze, presso il re barbaro Polimestore. Ma egli, per impadronirsi dell’oro, lo ha fatto uccidere e gettare in mare. Meditando vendetta, Ecuba attira il colpevole, con i suoi figli, nella sua tenda, lo acceca e uccide i fanciulli. Alla fine della tragedia si presagisce la trasformazione di Ecuba in cagna, che vagherà fra le rovine di quella che era la grande Troia.

Andromaca (427 a.C.)

Andromaca, moglie di Ettore, è costretta a diventare la concubina di Pirro Neottolemo, figlio di Achille e dal quale ha avuto un figlio di nome Molosso. Ermione, figlia di Elena e Menelao e legittima sposa di Neottolemo, la odia e la accusa di averla resa sterile con qualche magia. Mentre Neottolemo è assente perchè si è recato a Delfi per consultare l’oracolo, Menelao e Ermione progettano di uccidere Andromaca, che si rifugia vicino all’altare per ottenere inviolabile protezione dagli dei. Tuttavia, Menelao la strappa violentemente dall’ara sacra, la consegna ad Ermione e minaccia di uccidere al suo posto il figlio. Sulla scena arriva il vecchio Peleo, padre di Achille e nonno di Neottolemo, che obbliga Ermione a lasciare andare Andromaca e Molosso. Adesso Ermione teme l’ira del marito al suo ritorno e medita di uccidersi, ma a salvarla arriva Oreste, suo cugino (figlio di Agamennone e Clitemestra), che l’aveva amata in gioventù e che le propone di fuggire con lui. Ermione accetta egoisticamente, ma nello stesso momento viene portato in scena il cadavere di Neottolemo, ucciso dalla gente di Delfi, sobillata da Oreste. Andromaca, finalmente libera, diventerà la moglie di Eleno, fratello di Ettore, e regnerà sulla terra dei Molossi, di cui il figlio avuto da Neotolemo sarà il capostipite della futura stirpe degli Eacidi.

Supplici (422 a.C.)

Le donne del coro, madri dei condottieri morti a Tebe insieme a Polinice, figlio di Edipo e Giocastra, supplicano il re di Atene, Teseo, di aiutarle contro il tebano Creonte perchè vuole negare degna sepoltura ai loro figli. Teseo si lascia convincere dalle loro suppliche e da sua madre Etra, che le appoggia e dichiara guerra a Creonte. Gli Ateniesi vincono, ma la città nemica verrà risparmiata dal saccheggio e dall’umiliazione.

Elettra (datazione sconosciuta)

Egisto, amante di Clitemestra, ha concesso Elettra, figlia di Clitemestra e Agamennone, in moglie ad un contadino, un onesto lavoratore che ne risparmia la verginità. In contrasto con la tradizione, Clitemestra è qui descritta da Euripide come una donna consumata dai rimorsi per l’assassinio del marito e addolorata perchè la figlia la ripudia. Elettra e il fratello Oreste attirano la madre nel bosco con la falsa notizia del parto della figlia, ma qui Clitemestra viene uccisa. Alla fine, sulla scena intervengono i Dioscuri, Castore e Polluce, figli di Leda e Zeus, fratelli di Elena, che danno Elettra in sposa a Pilade, amico fidato di Oreste e garantiscono ad Oreste l’assoluzione dal suo delitto da parte dell’Areopago.

Troiane (415 a.C.)

La tragedia è quasi del tutto priva di azione, le protagoniste sono le donne del coro, composto dalle moglie e madri troiane che hanno visto distruggere la loro città e morire i loro cari. Prima fra tutte compare Ecuba, regina di Troia e moglie di Priamo, seguono poi le figlie Cassandra, presaga già di quello che sarebbe accaduto e Andromaca, straziata dalla morte del marito Ettore e del figlioletto Astianatte. Infine entra in scena Elena, causa di tutti i mali successi, che il legittimo marito Menelao vuole riportare a Sparta e uccidere per vendicare il sangue versato di tanti Achei. Ecuba maledice Elena, ma lei si difende magistralmente e lascia intuire che alla fine Menelao la risparmierà, vinto dalla sua fatale bellezza. La tragedia si chiude con le donne troiane che si dirigono schiave verso le navi achee, mentre Troia brucia fra le fiamme alle loro spalle.

Eracle (datazione sconosciuta)

Mentre Eracle è sceso nell’Ade per compiere una delle sue imprese, Lico ha usurpato il suo trono a Tebe e minaccia di uccidere la sua famiglia. Eracle giunge a salvarla e uccide Lico, ma all’improvviso Iris, messaggera degli dei, entra in scena e accompagna Lissa, il demone della pazzia, inviato a impadornirsi della mente di Eracle da Era, sua acerrima nemica. L’eroe impazzisce e, mentre sta offrendo un rito di ringraziamento all’interno della sua reggia, si rivolge contro la moglie e i figli trucidandoli. Un messo racconta i nefandi avvenimenti. Quando Eracle si riprende e si accorge di ciò che ha commesso, vorrebbe uccidersi, ma entra in scena Teseo, l’amico che egli aveva salvato nell’Ade, che lo convince che l’eroismo dell’uomo consiste nel vivere la vita in tutte le sue sfaccettatute, anche quelle drammatiche. Convinto dall’amico, Eracle sia avvia insieme a lui verso Atene, dove verrà assolto per la strage.

Elena (datazione sconosciuta)

Secondo una tradizione già presente nel lirico Stesicoro, Elena non è andata a Troia, ma si trova in Egitto, mentre la donna amata e rapita da Paride è soltanto il suo fantasma. In Egitto, il re Teoclimeno vorrebbe sposarla, ma essa rimane fedele al marito Menelao. Nel frattempo Menelao giunge in Egitto con il fantasma di quella che crede essere la vera Elena. La via del riconoscimento è diffcile, ma alla fine i due progettano di fuggire dalla corte di Teoclimeno, grazie all’aiuto di sua sorella Teonoe. Alla fine, i due, astutamente, riescono a salpare con la nave.

Ifigenia in Tauride (datazione sconosciuta)

Ifigenia, figlia di Agamennone, è stata salvata dal suo sacrificio in Aulide dalla dea Artemide, che l’ha portata nel suo santuario come sacerdotessa, nella terra dei Tauri. Qui arriva suo fratello Oreste insieme al fidato amico Pilade, per sottrarre il simulacro della dea e portarlo ad Atene, soltanto così avrebbe potuto salvarsi dalla persecuzione delle Erinni (4) per l’omicidio materno. Ma i due vengono catturati e, secondo l’usanza barbara, dovranno essere immolati dalla sacerdotessa. Ifigenia scopre, però, che i due giovani provengono dalla sua terra natale, Argo, e stabilisce che uno di loro avrà salva la vita se porterà una lettera ai suoi cari, nella quale riferisce che è ancora viva e la sua storia. Quando Ifigenia legge a voce alta la lettera, il fratello Oreste la riconosce e insieme escogitano un piano per ingannare il re dei Tauri e fuggire, ma vengono scoperti. A questo punto entra in scena la dea Artemide, che ferma il re dei Tauri e impone a Ifigenia di andare e portare il suo culto nell’Attica, a Halai, dove ancora ai tempi di Euripide era venerata.

Ione (datazione sconosciuta)

Creusa, figlia del re ateniese Eretteo e moglie di Xunto, attuale re della città, era stata sedotta da Apollo e ne aveva avuto un figlio, Ione. Creusa lo aveva, però, abbandonato nel tempio di Delfi, dove era cresciuto come un trovatello. Dopo tanti anni, Creusa e il marito Xunto si recano a Delfi per chiedere responso al dio, in quanto non hanno ancora avuto figli. Il dio rivela a Xunto che il primo ragazzo che incontrerà fuori dal tempio è suo figlio. Xunto vede Ione e lo abbraccia, credendolo il frutto di un suo amore di gioventù; lo vorrebbe condurre con sè ad Atene, ma Creusa, che ignora che in realtà Ione è suo figlio, non è d’accordo nell’accogliere un bastardo in casa, così medita di ucciderlo avvelenandolo. Il suo piano, però, viene scoperto e adesso deve morire; la donna si rifugia presso l’altare del dio, implorando pietà. Entra in scena la Pizia, la sacerdotessa di Apollo, che mostra a Creusa gli oggetti con i quali era stato ritrovato Ione bambino abbandonato. A questo punto avviene il riconoscimento e la donna rivela a Ione di essere sua madre; Apollo, con il suo oracolo, voleva semplicemente donarlo anche a Xunto. Compare la dea Atena a confermare i fatti e a rivelare che Ione diventerà il capostipite della gente ionia, mentre i figli che nasceranno da Creusa e Xunto saranno i capostipiti delle genti degli Achei e dei Dori.

Fenicie (410 a.C.)

La tragedia trae il titolo dalle donne che compongono il coro, di provenienza fenicia, le quali erano in marcia verso il santuario di Apollo a Delfi, ma durante il viaggio si fermano a Tebe e assistono alla vicenda narrata.

La scena si apre a Tebe. Sotto le mura della città imperversa lo scontro fra i due fratelli, Eteocle e Polinice, figli di Edipo e Giocastra, per prendere il potere (5). Diversamente dalla tradizione, la madre Giocastra è ancora viva e cerca di riappacificare i due fratelli, ma Eteocle non è disposto a cedere a nessun accordo. Tuttavia, un oracolo ha predetto che, per salvare la città, occorre il sacrificio di Meneceo, figlio di Creonte e alleato di Eteocle. Il padre cerca di farlo fuggire, ma il giovane accetta di dare la vita per la patria. Avviene lo scontro mortale e i fratelli si uccidono a vicenda e anche la madre si dà la morte sui cadaveri dei figli. La loro sorella Antigone dichiara che non intende sottostare all’ordine di Creonte che impediva di dare degna sepoltura a Polinice, il fuoriuscito, così si reca a gettare una manciata di terra, come gesto simbolico, sul suo cadavere. Poi lascia Tebe per seguire il padre Edipo negli stenti dell’esilio.

Oreste (408 a.C.)

Oreste ha ucciso la madre ormai da sei giorni, ma è in preda all’inerzia. Lo affianca la sorella Elettra, mentre l’assemblea degli Argivi decide quale pena infliggere ai due assassini. Menelao ed Elena sono appena tornati dalle loro peregrinazioni e Oreste conta sull’aiuto dello zio per evitare la condanna, ma Tindaro, vecchio padre di Clitemestra riesce a convincere Menelao a non intervenire. Oreste decide allora di difendersi da solo davanti all’assemblea, ma invano, perchè essa stabilisce che i due fratelli, per il loro atto, dovranno darsi la morte. Ma prima di morire Oreste vuole vendicarsi di Menelao, uccidendo Elena e rapendo sua figlia Ermione. Menelao, infuriato per l’assassinio di Elena, si dirige contro Argo, ma a questo punto interviene il dio Apollo, che dichiara che Elena è stata tratta in cielo da Zeus e che di lì a un anno Oreste sarà assolto per il suo delitto dal tribunale dell’Areopago di Atene. Inoltre, il dio intima ad Oreste di sposare Ermione, per sanare l’uccisione di sua madre Elena.

Ifigenia in Aulide (datazione sconosciuta)

Nel campo acheo, in Aulide, Agamennone apprende che le navi potranno prendere il largo verso Troia solo dopo il sacrificio della figlia Ifigenia. Egli scrive alla moglie Clitemnestra di condurre la piccola al campo, con la menzogna che andrà in sposa ad Achille. Agamennone si pente della lettera inviata alla moglie e ne invia subito un’altra che smentisce la precedente, ma Menelao la intercetta e accusa il fratello di tradimento. Dopo un lungo dialogo Menelao sarebbe disposto a rinunciare all’impresa, ma Agamennone capisce che deve assolvere il suo ruolo di condottiero e di capo e decide di far sacrificare la figlia. Quando Clitemestra viene a sapere la vera ragione della convocazione sua e della figlia, cerca di convincere il marito con le sue suppliche, ma Ifigenia, che all’arrivo aveva acclamato con gioia il padre, adesso che conosce la sua prossima sorte, accetta con dignità per il bene della Grecia. Alla fine della tragedia la comparsa della dea Artemide rivela che Ifigenia non è morta, al suo posto è stata messa una cerva e la fanciulla si trova in Tauride nel santuario della dea.

Baccanti (405-401 a.C.)

Si tratta dell’ultima tragedia di Euripide e anche della più enigmatica, perchè è l’unica di quelle pervenuteci che ha come protagonista un dio che non disdegna, però, di farsi credere uomo.

Nel prologo, il dio Dioniso dichiara di essere venuto a Tebe, patria di sua madre Semele, per vendicarsi delle sorelle di lei, che negano la nascita del dio dal padre Zeus. Dioniso ha istaurato il suo culto fra le donne tebane e adesso esse ululano e celebrano invasate la divinità sul monte Citerone. Il re di Tebe, Penteo, cugino di Dioniso, vuole mettere fine a questa irrazionalità che sta prendendo il sopravvento, rinnegando il suo culto e ordinando alle sue guardie di catturare il dio. Viene portato al suo cospetto un giovane che dichiara di essere uno straniero devoto al culto di Dioniso (in realtà è il dio stesso) e ne esalta la potenza, invitando Penteo a sottomettersi. Ma il re lo deride per il suo aspetto effeminato e ordina che venga imprigionato. Un terremoto provocato dal dio devasta la reggia e Dioniso si libera. A questo punto, Penteo vuole osservare i riti compiuti dalle donne invasate e si reca sul monte Citerone per spiarle. Le baccanti lo scoprono e lo fanno a brandelli; sua madre Agave, zia di Dioniso, in testa a tutte, gli mozza il cranio e lo porta come trofeo in giro per la città. Quando ritorna in sè e si accorge di ciò che ha fatto, comprende la terribile punizione inflitta da Dioniso.

Ciclope (datazione incerta, forse 427 a.C.)

Il Ciclope è un dramma satiresco (6), l’unico a noi pervenuto per intero. Anche in quest’opera l’ilare spensieratezza che contrassegnava il genere viene sostituita dalla tensione intellettuale dell’indagine. L’argomento è l’accecamento di Polifemo da parte di Odisseo e i suoi compagni. Il coro è composto dai satiri guidati dal padre Sileno, che sono servi di Polifemo, ma rimpiangono il tempo quando erano al seguito del dio Dioniso. Nell’opera abbiamo la contrapposizione di Odisseo, simbolo di intelligenza ed astuzia e Polifemo, rude, incivile e simbolo della bestialità, in quanto divora i compagni di Odisseo che gli hanno chiesto ospitalità. Per fuggire dal suo enorme antro, Odisseo lo fa ubriacare con il vino e poi lo acceca con una lancia arroventata.

Reso (IV secolo a.C. ?)

Il Reso è un’opera inclusa nel corpus euripideo, ma dalla maggior parte della critica è considerata spuria, composta addirittura da un imitatore dell’autore il secolo successivo a quello in cui visse Euripide. La vicenda narrata nel dramma riprende il decimo libro dell’Iliade: Reso, re di Tracia, figlio della musa Tersicore, arriva a Troia per aiutare gli assediati, ma viene accolto con qualche riserva da Ettore, che giudica ormai tardivo il suo intervento. Durante la notte, Odisseo e Diomede si introducono nel suo accampamento, uccidendolo e facendo strage di tutti i suoi soldati. Gli vengono sottratte anche delle cavalle di razza, che andranno come bottino a Diomede. A questo punto appare sulla scena la madre di Reso, Tersicore, che piange per la tragica morte del figlio.

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