Opliti: armatura

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armatura dell'oplita

L’armatura dell’oplita

Delle tecniche di guerra adottate in età micenea sappiamo molto poco. In alcune tavolette di Pilo e Cnosso, in lineare B, vengono menzionati elenchi di armi, elmi, ruote di carri, ma come fosse organizzato l’esercito e condotta la guerra non ci è dato saperlo. Nell’Iliade non è chiaro se Omero, parlando della guerra di Troia, descriva una realtà guerriera dei suoi tempi (VIII secolo a.C.) o di età micenea. Ad ogni modo, l’autore descrive duelli singoli: due guerrieri arrivano sul luogo del combattimento sul proprio carro, scendono, combattono e una volta finita la lotta ritornano ai rispettivi accampamenti.

Fra la fine dell’VIII e la metà del VII secolo a.C. si sviluppa un nuovo modo di fare guerra e di organizzare l’esercito: la tecnica oplitica. I fanti greci cominciarono ad armarsi con scudo rotondo, corazza, elmo, gambali, lancia in modo da potersi avvicinare al nemico e poterlo colpire frontalmente, invece di lanciare frecce e aste da lontano, avanzando e ritirandosi.

Scudo

L’elemento più importante dell’intera armatura era proprio lo scudo (τὸ ̉όπλον/ to oplon, dal quale l’oplite prende il nome) completamente diverso dal suo antenato in cuoio. Il nuovo scudo presentava un diametro di circa un metro, una parte interna in legno e una esterna rivestita in sottile lamina bronzea, sul quale veniva applicato un emblema che generalmente riproduceva un animale e che rappresentava un simbolo diriconoscimentopersonale o di appartenenzaa un clan, oltre a conferire a chi lo portava un’apparenza di ferocia quando rispendeva sotto il sole, abbagliando o addirittura incutendo terrore agli avversari. Inoltre, mentre precedentemente lo scudo veniva portato legato dietro la schiena, in modo da lasciare le mani completamente libere, adesso viene sorretto con una cinghia (πορπάξ/porpax) nella quale passa l’avambraccio e una presa (α̉ντιλαβή/antilabe) per la mano sinistra, cosicchè è possibile distribuire il peso lungo tutto il braccio, invece di concentrarlo solo sulla mano e sul polso, parare i colpi di lancia, riuscire a proteggere il fianco sinistro e, contemporaneamente, offrire riparo al fianco destro dell’uomo che stava a sinistra della fila nella formazione.

Corazza

La corazza, all’inizio, era costituita dal semplice corsaletto in piastre, dalla caratteristica forma a campana, che agevolava il movimento delle anche durante la marcia o la corsa; agli inizi del V secolo a.C. fece la sua comparsa un modello di corazza in bronzo più leggera, con parti in cuoio e in tessuto.

Elmo

Il copricapo che andava per la maggiore era il cosidetto elmo corinzio, che copriva gran parte del collo e della testa fino alla clavicola ed era munito di paraguance e paranaso. La maggior parte degli elmi di età arcaica e della prima età classica (VI-V secolo a.C.) era sormontata da un pennacchio di crini di cavallo che doveva far sembrare più alto chi lo indossava.

Gambali

I polpacci e gli stinchi, non potendo essere protetti dallo scudo, erano ricoperti da gambali in sottile lamina di bronzo che partivano dalla rotula e arrivavano fino alla caviglia ed erano tenuti fermi con stringhe di cuoio o metallo che passavano in appositi fori.

Lancia

La lancia greca era lunga circa due metri e mezzo, con un diametro di due/tre centimetri ed era impugnata con la sola mano destra; era fatta di corniolo o di frassino, con la punta di ferro e, a volte, anche la base era di bronzo acuminato in modo che avesse due punte letali a entrambe le estremità.

Falange oplitica

La falange oplitica era formata generalmente da otto file, nelle quali gli uomini erano incolonnati e trovavano protezione accostando gli scudi di fronte, sui fianchi e di dietro.

Dopo il primo terribile urto con il nemico, seguiva la spinta delle linee restrostanti che riuscivano ad infilarsi negli spazi vuoti fra gli scudi e premevano incessantemente coloro che si trovavano davanti. Gli uomini si servivano della lancia per scagliare il primo assalto, poi, quando si avvicinavano all’altro schieramento, veniva usata la spada per il combattimento ravvicinato e, infine, il proprio corpo contando sulla protezione della corazza, dello scudo e dei gambali.

Un’immagine che rende chiaramente una situazione di questo tipo è raffigurata sulla famosa olpe Chigi, databile alla metà del VII secolo a.C., un vaso da vino di maestranza corinzia rinvenuto nel 1882 a Veio e oggi custodito al museo nazionale etrusco di Villa Giulia, sul corpo del quale sono rappresentati due schieramenti di opliti nella fase di attacco.

L’oplite greco dell’età classica era sicuro della superiorità delle proprie armi rispetto a quelle di ogni altro popolo mediterraneo, ma gli svantaggi del suo equipaggiamento erano numerosi. Innanzi tutto lo scudo era molto pesante ed ingombrante e presentava non pochi problemi per i movimenti corporei, perchè il braccio sinistro doveva restare immobile e teso all’altezza dell’addome e piegarsi era pressochè impossibile. Oltre a ciò, esso non era molto resistente agli urti esterni, perchè il suo spessore non superava i due o tre centimetri.

Vita da oplita

Quando gli opliti erano stanchi e perdevano la concentrazione, la prima cosa che facevano era quella di gettare a terra lo scudo, azione che, secondo il diritto attico, era considerata un reato grande ed era punito con un’accusa pubblica per vigliaccheria. Lo scudo era fondamentale per la battaglia, non solo per la propria protezione, ma soprattutto per quella del fianco destro del compagno che nello schieramento si trovava a sinistra, cosicchè abbandonandolo si metteva a repentaglio la propria vita e quella di un altro oplite della fila. Anche la corazza era piuttosto pesante, a causa del corsaletto di bronzo che poteva arrivare a pesare anche venti chilogrammi, inoltre era totalmente assente la ventilazione, perchè le piastre di metallo compatte non offrivano protezione né dal caldo né dal freddo.

In estate il bronzo diventava rovente al calore del sole e sotto la pioggia era reso doppiamente pesante, a causa dell’inzuppamento dei rivestimenti interni di cuoio. L’elmo corinzio, oltre a pesare più di due chili, aveva il difetto di impedire di vedere e di sentire chiaramente, perchè non aveva orifizi per le orecchie. Il copricapo non aderiva mai perfettemente al cranio e questo poteva provocare spostamenti causati da colpi improvvisi, che non venivano ammortizzati da alcun rivestimento interno e il metallo avrebbe potuto rompersi facilmente e andare a conficcarsi dentro al cranio.

I gambali non erano eccessivamente pesanti, ma molto scomodi perchè procuravano irritazioni ai polpacci, a causa dello sfregamento quando gli opliti correvano o camminavano, in quanto non restavano facilmente al loro posto sulla gamba, ma, per tenerli legati, erano necessarie stringhe che, spesso, si slacciavano e costringevano i soldati a legarle nuovamente. La lancia, invece, non era molto resistente a causa del suo diametro sottile, così gli uomini delle prime file la spezzavano subito al primo impatto. Essa provocava anche seri problemi di movimento perchè, essendo piuttosto lunga, cozzava con quella dei compagni e limitava lateralmente la torsione del soldato. Il fatto che la lancia avesse vita breve spiega perchè gli scontri fra questi fanti si trasformassero ben presto in una lotta di pressione e anche perchè i due schieramenti lottassero ancor più da vicino: dopo che l’oplite aveva perso sia la lancia che la spada poteva contare solamente sul proprio corpo coperto dal bronzo della corazza.

Bibliografia

  • Hanson David Victor, L’arte occidentale della guerra, Italia 2001, pagg. 52-67, 85-124

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