Atene: struttura della società nel periodo classico

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Atene: struttura della società nel periodo classico

Una società divisa in tre classi

In tutte le polis greche esisteva una suddivisione della popolazione in classi sociali, allo stesso modo la si riscontra anche ad Atene, la città-stato per eccellenza. La popolazione ateniese era tripartita in gruppi ben distinti tra loro: molto importante da sottolineare è che le differenze esistenti tra loro non erano determinate da motivi di “classe”, ma da motivi legali, cioè erano stabilite in modo determinato da leggi ben definite.

Effettivamente come si divideva la popolazione? Come abbiamo detto esistevano tre ordini

  • cittadini
  • meteci o stranieri 
  • schiavi

Generalmente l’appartenenza ad un gruppo era ereditaria, tuttavia si poteva avere la possibilità di salire o scendere nel gradino sociale, con un atto di manomissione uno schiavo diventava un meteco, tramite un decreto di cittadinanza un meteco diventava cittadino a tutti gli effetti ed un cittadino, se si macchiava di atimia (letteralmente “perdita dell’onore”) , era privato di tutti i suoi diritti politici e spesso veniva cacciato dalla città.

I cittadini erano l’ordine, ovviamente, con maggiori privilegi e detenevano il potere polito ed il monopolio dei beni terrieri; i meteci erano liberi e vivevano principalmente di commerci e dell’attività artigianale; nel gradino più basso si trovano gli schiavi il cui unico diritto era di non venir uccisi senza alcun motivo, scelta dovuta più che altro a proteggere la manodopera dei terreni dei cittadini.

Ora queste distinzioni non implicano però delle distinzioni di censo, vale a dire che cittadini, meteci e schiavi potevano lavorare fianco a fianco: abbiamo esempi di schiavi liberati divenuti cittadini ricchissimi è questo il caso del banchiere Pasione, o di cittadini che per sostentarsi lavoravano come artigiani insieme ai meteci.

Nel cimitero del Ceramico notiamo l’esistenza di pietre tombali che recano iscrizioni per cittadini e meteci senza alcuna differenza ed affiancate in ordine casuale, il che significa che non c’erano distinzioni neppure nell’ambito delle sepolture e dei luoghi dove seppellire.

Un passo di Senofonte (Xen., Vect. 2, 6) ci testimonia che i meteci non erano confinati in nessun quartiere, non esistevano ghetti ed alcuni erano in grado anche di essere ammessi ai circoli d’elite; nei dialoghi platonici cittadini e meteci vengono presentati senza discriminazioni sociali.

Quindi differenze economiche e sociali non sono apparentemente presenti, ma non appena ci si sposta sul piano politico qui allora la distanza tra le classi si fa netta; in sostanza se meteci e schiavi avevano la possibilità di agire in ambito economico con una certa libertà, non l’avevano in ambito politico, perché i cittadini non avevano la minima intenzione di dargli “accesso” ai loro privilegi.

Meteci e schiavi, perciò, vivevano gomito a gomito con i cittadini nella polis, ma la polis stessa era una comunità di soli cittadini, tra l’altro maschi, perché le donne, come ben si sa non avevano alcun tipo di diritto, solo nelle commedie di Aristofane si fa accenno ad un ipotetico governo delle donne, ma solo in chiave ironica nei confronti di un governo democratico che iniziava a vacillare.

La netta differenza che pone Atene su un piano diverso rispetto alle altre polis greche è che in esse vigeva un sistema oligarchico per cui solo i proprietari fondiari e cioè i nobili potevano accedere alle cariche politiche, nell’Atene classica non è così, solo i cittadini colpiti da atimia erano privati di qualsiasi diritto.

Suddivisione sociale dei cittadini maschi

Abbiamo notato come non esistesse una divisione dei cittadini in base al loro censo, ma ne esisteva una basata sull’età.

A diciotto anni si diventava maggiorenni, si aveva accesso al demo e si veniva iscritti nel registro della popolazione del demo stesso (lexiarchikon grammateion), ma effettivi poteri, o comunque diritti, politici li si acquisiva solo all’età di vent’anni.

Dal 403-402 a.C. gli Ateniesi introdussero una leva militare obbligatoria, per un periodo di due anni, riservata agli epheboi (i giovani che hanno compiuto i diciotto anni); questo periodo prevedeva un addestramento militare su modello di quello degli Spartani, da sempre considerati i migliori guerrieri e soldati di tutta l’ Ellade.

Durante questi due anni gli efebi erano stanziati in guarnigioni lontane dalla città, di fatto, così, veniva limitato l’esercizio dei loro diritti politici; ciò vuole dimostrare che tra la fine del V a.C. e gli inizi del IV a.C. prima dei vent’anni i giovani ateniesi, con probabilità, non venivano iscritti all’assemblea del demo.

Le varie cariche politiche ad Atene avevano forti restrizioni d’età: prima dei trent’anni non si poteva essere dikastes (giurati nel Tribunale popolare), né nomothetes (legislatori), né arche (magistrato), addirittura per altre magistrature l’età minima era di quarant’anni.

Anche nel tribunale più importante d’Atene, l’Areopago (composto da 150 membri), l’età media degli appartenenti era di cinquanta- cinquantacinque anni.

A questo punto bisogna fare un’importante annotazione: considerando che l’età di morte era sicuramente più bassa rispetto a quella moderna, possiamo sostenere che i cittadini che avessero pieno accesso a tutte le cariche erano effettivamente in numero limitato.

Il motivo per cui il limite d’età per avere accesso a determinate cariche era così alto è dovuto anche alla diffusissima concezione secondo la quale la giovinezza porta con sé coraggio e ardore, mentre la vecchiaia porta saggezza, consiglio e giudizio e perciò sono più adatti a governare una città.

Acquisizione della cittadinanza ateniese

La cittadinanza era un privilegio che gli Ateniesi custodivano gelosamente; la si poteva ottenere in due modi, o per nascita o per naturalizzazione.

La cittadinanza per naturalizzazione era molto ambita, ma allo stesso tempo concessa con una grande difficoltà e diffidenza ed era accordata solo ad alcuni meteci o stranieri: sappiamo che per concederla l’Assemblea doveva riunirsi due volte e la seconda bisognava raggiungere un quorum di 6000 persone.

La doppia votazione fu istituita nel 370 a.C. e tra il 368 ed il 322 a.C. furono dichiarate cittadini circa sessantaquattro stranieri, che stando alle fonti, erano per lo più sovrani o uomini di stato stranieri, interessati ad una cittadinanza onoraria più che a stabilirsi ad Atene.

Dalle fonti sappiamo dell’esistenza della graphe xenias e dello diapsephismos due metodi utilizzati per controllare che gli stranieri non si appropriassero indebitamente della cittadinanza: il primo era individuale e consisteva in un’accusa pubblica, da parte del Tribunale popolare, di aver usurpato la cittadinanza e il reo veniva venduto come schiavo.

La seconda consisteva invece in una revisione dei registri del demo e l’Assemblea del demo votava singolarmente per ciascun membro verso cui si nutriva un sospetto, se risultava colpevole veniva venduto come schiavo.

Nei libri 3 e 6 della Politica Aristotele dice che Atene è il classico modello delle democrazie radicali che sono severissime nel concedere la cittadinanza e che i cittadini proteggono fermamente i loro diritti ed i loro privilegi.

Gli ateniesi non hanno nessun registro centrale, erano le fratrie e i demi ci ciascuno a pensare al censimento dei cittadini maschi: all’età di tre-quattro anni venivano iscritti nella fratria paterna, appena diventati maggiorenni al demo sempre paterno.

Le donne venivano presentate nella fratria dal padre, ma non nel demo, da cui effettivamente dipendeva il titolo di cittadino.

Una delle riforme di Clistene, nel IV a.C., prevedeva che nell’indicazione completa del nome il cittadino ponesse anche il demo di appartenenza.

Diritti e doveri dei cittadini

Il diritto principale di ciascun cittadino era la partecipazione alla vita politica di Atene: ciascuno partecipava all’Assemblea e raggiunti i trent’anni potevano candidarsi come giurati, legislatori e magistrati. I cittadini avevano anche una serie di privilegi economici: potevano essere proprietari terrieri e potevano ottenere l’usufrutto delle miniere (in modo particolare quelle d’argento del Laurio) dallo Stato dietro il pagamento di una sorta “d’affitto”.

La cittadinanza portò con sé privilegi finanziari dal momento in cui gli ateniesi iniziarono ad essere pagati per le loro funzioni pubbliche: ad esempio per ogni riunione dell’Assemblea percepivano un misthos (corrispondente circa ad una dracma e mezza).

I cittadini in età di leva venivano retribuiti per partecipare alle parate militari e addirittura ricevevano una theorikà, cioè un pagamento per il teatro, così da essere incentivati a recarsi a vedere le commedie e le tragedie.

I disabili venivano iscritti in un registro presso il consiglio così da ricevere un sussidio giornaliero per il proprio sostentamento; un sostentamento lo ricevevano anche i giovani orfani di padre a causa delle guerre fino alla loro maggiore età.

I cittadini ateniesi avevano una posizione privilegiata anche davanti alla legge: era considerato grave e punibile con la morte l’assassinio di un cittadino, lo stesso non valeva per meteci e schiavi, inoltre erano esentati da qualsiasi punizione corporale.

La pena più grave che potesse colpire un ateniese era l’atimia, cioè la perdita della cittadinanza e di tutto ciò che essa comportava.

Per quanto riguarda i doveri, invece, è più difficile reperire delle informazioni per delinearne un quadro completo; è noto però che due fossero i doveri principali: pagare le tasse e prestare il servizio militare.

Questi però non erano doveri solo dei cittadini, ma anche dei meteci. I soli doveri che toccavano il cittadino erano: il divieto di prostituzione o induzione alla prostituzione, il divieto di contrarre il matrimonio con una donna straniera. Il primo veniva punito con l’assenza di riconoscimento da parte dello stato dei figli della coppia, il secondo invece era punito con la morte. Era punito con l’atimia l’ateniese che dissipava i beni del padre, che non si prendesse cura dei genitori anziani e che non rendesse adeguati onori funebri al padre e alla madre defunti.

Meteci ad Atene

Non conosciamo l’effettivo significato e l’etimologia del termine metoikos, però è noto che fu utilizzato per designare uomini di condizione libera che avevano lasciato la propria città per vivere in un’altra, senza avere diritti di cittadini; perciò i meteci erano la parte più ampia e più importante della compagine degli xenoi (stranieri).

Ad Atene non solo gli xenoi che vi risedevano venivano registrati come meteci, ma anche tutti gli stranieri, che per qualsiasi ragione soggiornavano per brevi periodi nella città, dovevano essere registrati e così controllati.

Non si sa per quanto uno straniero potesse avere diritto di soggiornare nella città-stato prima di poter diventare meteco a tutti gli effetti: in alcune città della Locride il tempo stabilito era di un mese, ciò fa supporre che valga lo stesso per Atene.

Divenuto meteco, lo straniero era obbligato a pagare una tassa (metoikion) di 12 dracme annue, facilmente divisibile in dodici mesi, fatto questo che avvalora ancora di più l’ipotesi che ogni straniero che si trattenesse per più di un mese dovesse pagare la tassa.

Il nome di ciascun meteco prevedeva il demotico (cioè il demo dove risiedeva): ciò dimostra che anche per gli stranieri la registrazione avveniva a livello di demo e non di sede centrale della polis; dalle iscrizioni tombali però si può notare che gli stranieri, indipendentemente dagli anni trascorsi nella città che li ospitava, preferivano conservare il riferimento al luogo natio dove avevano la cittadinanza.

Avere il demotico come i cittadini non significava essere membro del demo e neppure comportava l’appartenenza ereditaria di padre in figlio; se un meteco andava a vivere in un’altra zona era obbligato a cambiare il proprio demotico, cosa che per un cittadino non era assolutamente prevista.

Ogni straniero era obbligato a scegliere un cittadino come garante (prostates), se non avesse provveduto a reperirlo sarebbe stato processato privatamente (dike aprostasiou) e, in caso di condanna, gli sarebbero stati confiscati tutti i beni e sarebbe stato venduto come schiavo.

La scelta di un processo privato potrebbe derivare dal fatto di voler dare ad un potenziale accusatore la possibilità di speculare sulla vendita del meteco e delle sue proprietà.

Questa rigida procedura era stata stabilita nella certezza, quasi assoluta, che nessun meteco si sarebbe tirato indietro onde evitare un risvolto tragico per la sua persona.

A parte questo poco si sa di come funzionasse il patronato per i meteci: nella Politica Aristotele dice che, in molte poleis, un meteco poteva intentare un processo se supportato da un garante, ma non si ha la certezza matematica che ciò valesse anche per Atene.

In realtà i diritti dei meteci erano ristrettissimi, mentre i loro doveri erano molto numerosi: non avevano praticamente diritti politici, né vantaggi economici, non potevano possedere terre e neppure avere concessioni sullo sfruttamento di miniere d’argento.

Il matrimonio tra cittadini e meteci era vietato, in modo particolare quello di una donna ateniese con un meteco era punito molto duramente, più di quello di un ateniese con una donna straniera.

Dovevano prestare servizio militare ed oltre al metoikion dovevano pagare le stesse tasse dei cittadini ateniesi.

I meteci ad Atene si dividevano in due gruppi: gli stranieri liberi che risiedevano nella città come mercanti o rifugiati politici e gli schiavi liberati che avevano come patrono il loro vecchio padrone verso il quale comunque mantenevano degli obblighi.

Senofonte ci dice che la maggior parte dei meteci ad Atene erano barbari, cioè Lidi, Frigi, Siriani, ma con probabilità pensa agli schiavi liberati visto che gli Ateniesi li reclutavano soprattutto in Oriente; al contrario dalle pietre tombali sappiamo che gli stranieri non schiavi provenivano soprattutto dalle altre poleis greche.

Il motivo per cui molti stranieri confluivano ad Atene era legato a motivazioni economiche: dietro il pagamento di una tassa, chiamata xenikon telos, potevano allestire un banco al mercato e da un punto di vista commerciale erano liberi di agire come i cittadini.

Schiavi ad Atene

Uno schiavo, allo stesso modo di un animale o di un oggetto materiale, era proprietà a tutti gli effetti del proprio padrone che ne disponeva come meglio credeva, tanto che Aristotele lo definisce un “arnese animato” (empsychon organon).

Il despotes (padrone) poteva vendere, affittare, lasciate nel testamento o come garanzia il proprio schiavo, ma aveva comunque due limitazioni.

La prima limitazione prevedeva l’impossibilità di metterlo a morte e in caso l’omicidio veniva giudicato nel tribunale del Palladion, sebbene la pena sarebbe stata solo una multa, ma di fatto casi del genere avvenivano sporadicamente dato che nessuno avrebbe sporto denuncia per l’assassinio di un semplice schiavo.

Il padrone aveva diritto di applicare qualsiasi tipo di punizione desiderasse nei confronti di un uomo di sua proprietà: in caso di tentata fuga poteva marchiarlo, in caso di disubbidienza poteva fustigarlo o metterlo in catene o mandarlo al mulino.

Le percosse o punizioni corporali inflitte agli schiavi di altri erano vietate e perciò perseguite dalla legge o con una causa civile intentata dal padrone dello schiavo leso o da un qualsiasi cittadino con una causa pubblica di offesa.

La seconda limitazione permetteva diritto d’asilo nel tempio delle Erinni o di Teseo ad uno schiavo che voleva essere venduto e in questi casi il despotes non poteva opporre alcuna resistenza.

Lo schiavo non aveva alcun tipo di beni e anche i propri figli erano proprietà del padrone, però aveva accesso a tutti i templi e funzioni religiose e poteva essere iniziato ai Misteri Eleusini. Era escluso da tutti i tribunali e generalmente le sue testimonianze venivano estorte sotto tortura.

Bisogna operare però una distinzione in due gruppi: una grande maggioranza degli schiavi vivevano in condizioni misere a lavorare nelle miniere del Laurio ed una piccola parte viveva nelle terre del padrone a cui pagava una sorta di affitto annuo sull’usufrutto dei terreni e di fatto avevano delle rendite da parte con cui potevano comprarsi la libertà.

Le donne di condizione servile vivevano soprattutto nelle case dei padroni dove svolgevano tutte le varie mansioni domestiche.

Generalmente gli schiavi non venivano impiegati nelle operazioni militari se non in casi di estrema urgenza (ricevendo come ricompensa la libertà), ad eccezione dei rematori, che non dovendo usare le armi, potevano essere sempre di condizione servile.

Non era redditizio allevare degli schiavi dal momento che si temevano eventuali ribellioni, a tal proposito si preferiva importarli: sappiamo che nell’Agorà era previsto un ricco mercato degli schiavi che nel V a.C. era una grande fonte di reddito.

La maggior parte dovevano essere prigionieri di guerra: se la guerra era intercorsa tra poleis i prigionieri potevano essere riscattati dietro il pagamento di 200 dracme. Quando una città veniva sconfitta tutti i cittadini erano venduti come schiavi, oppure gli uomini erano condannati a morte e donne e bambini ridotti in schiavitù. Gli schiavi ad Atene erano principalmente importati dalla Tracia, dal Mar Nero, dall’Asia Minore e dalla Siria, in minor parte dall’Illiria e dalla Sicilia.

Le fonti ci dicono che anche lo Stato poteva possedere degli schiavi, questi erano definiti demosioi e si dividevano in hyperetai e ergatai: i primi aiutavano i magistrati nel compiere i propri doveri, i secondi erano operai pubblici.

Dai rendiconti pubblici sappiamo che questi demosioi ricevevano un’indennità e delle vesti; da alcune fonti siamo informati sul fatto che potessero svolgere anche altre attività e intentare cause nei tribunali.

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