Biblioteche nell’antichità

Scegli un libro per approfondire questo argomento

L’origine del termine biblioteca deriva dall’unione di due parole greche: Βιβλίον (opera) e θήκη (teca, ripostiglio).

Il termine Βιβλίον era inteso secondo un’accezione più ampia comprendendo l’insieme dell’opera letteraria e non il supporto sul quale si scriveva che invece era indicato con il termine βίβλος (bíblos) che si riferiva alla corteccia all’interno del papiro usata per tale scopo. Successivamente anche il vocabolo Biblios venne ad indicare il “libro”, mentre Bibliov continuò ad essere identificativo delle opere letterarie contenute.

Primo supporto per gli scritti fu come si è detto il papiro poi sostituito dalla pergamena ricavata da pelli di capra, pecora o vitello, che essendo notevolmente più resistente permetteva una maggiore conservazione dei rotoli.

Sebbene nate inizialmente,ad indicare nel termine, soltanto gli ambienti allestiti con degli scaffali predisposti per la conservazione dei libri,le prime testimonianze archeologiche della presenza di biblioteche, sembrerebbero risalire al VI sec. a.C a Ninive, dove all’interno del palazzo del re assiro Assurabipal, sono state scoperte oltre 22000 tavolette d’argilla riferibili ad atti ufficiali. In Grecia invece, si ha notizia della biblioteca fondata da Pisistrato nel 550 a. C e di quella privata di Aristotele.

Le più importanti biblioteche fiorirono però solo molto più tardi,nei regni ellenistici,dove non rappresentavano un semplice luogo di raccolta e catalogazione di volumi ma bensì costituivano dei veri e propri centri culturali.

La biblioteca più famosa dell’antichità fu quella di Alessandria,fondata per volontà di Tolomeo Filadelfo nel III sec.a.C che, unita al Museo, costituiva un unico complesso culturale, dove tutti gli studiosi potevano liberamente dedicarsi alla ricerca nelle proprie discipline e sostenere numerosi confronti e dibattiti.

Le biblioteche ellenistiche erano quindi dei centri propulsori per lo sviluppo del sapere in più ambiti, da quello letterario a quello scientifico e fu proprio ad Alessandria che vennero analizzati per la prima volta da un punto di vista “critico” i poemi omerici, con la conseguente suddivisone in ventiquattro libri rispettivamente per l’Iliade e per l’Odissea, operata da Zenodoto di Efeso, bibliotecario dal 285 al 265 a.C.

Tuttavia questa costante attenzione per la ricerca e lo studio propria della biblioteca ellenistica, restava appannaggio di un’elite di studiosi e personaggi illustri a cui soli, era concesso l’ingresso.

Nonostante queste istituzioni fossero complesse, l’architettura ne doveva essere poco articolata, di solito caratterizzata da vani alquanto semplici, come dimostra l’esempio di un’altra celebre biblioteca ellenistica, quella di Eumene II sovrano di Pergamo, dei primi del III sec.a.C , il quale si limitò a sfruttare soltanto quattro stanze del suo complesso palaziale.

La diffusione del sapere a Roma

A Roma le cose andarono diversamente. Fin dal VI sec. a. C i romani , impegnati nelle lotte con i vicini popoli italici, iniziarono a tenere i primi contatti con il mondo greco e a subire indirettamente del fascino di quella cultura. Tuttavia fu soltanto in seguito alle conquiste militari e alla presa delle colonie della Magna Grecia, che cominciarono a giungere a Roma ingenti quantità di opere d’arte, libri e prigionieri di lingua greca, maestri di cultura.

Ed è proprio a partire da quel momento che le famiglie patrizie,coscienti della loro inferiorità dal punto di vista culturale, vollero a tutti i costi impossessarsi di questo ricco patrimonio artistico, cominciando ad allestire vere e proprie collezioni personali da esibire al plauso generale ed ad educarsi alla letteratura tramite i maestri greci.

Esemplare in tal senso è il caso di Livio Andronico. Originario di Taranto, uno dei più importanti centri della Magna Grecia, fu portato a Roma come schiavo da Livio Salinatore nel III sec. a. C., dove gli venne resa la libertà per i suoi meriti di precettore e dove riuscì ad introdurre per la prima volta i poemi omerici, adattandone alcuni contenuti ed espressioni, che altrimenti sarebbero rimasti di difficile comprensione, alla maniera latina (ad esempio identificò le Muse con le riconoscibilissime Camenae, divinità romane delle fonti venerate nel santuario di Porta Capena )facilitando così, la diffusione della letteratura greca.

Dalle biblioteche private alle fondazioni pubbliche

Considerati quindi né più e né meno di semplici bottini di guerra, le prime raccolte dei libri assunsero un valore sociale e divennero una sorta di “status symbol” , un simbolo di prestigio come altri. In questa ottica quindi, l’idea della biblioteca ellenistica come centro di cultura e di diffusione del sapere, mutò sensibilmente e si avvicinò sempre di più al modello delle biblioteche incluse nei più conosciuti “ginnasi”, dove ormai i giovani romani dell’aristocrazia , seguendo una consuetudine che si andava affermando in quegli anni , si recavano per studiare durante il periodo di soggiorno formativo in Grecia.

Le prime biblioteche a Roma furono quindi private, come ad esempio quella portata dagli Scipioni in seguito alla conquista di Pella nel 167 a.C., che diventò poi centro di cultura attorno a cui si riunirono tutti gli artisti, in uno dei primi circoli culturali che prese il nome dagli Scipioni. Fecero seguito anche le biblioteche di Silla, il quale dopo il saccheggio di Atene dell’86, si appropriò della collezione di Apellicone di Teo, che pare comprendesse la biblioteca di Aristotele, mentre qualche decennio dopo, nel 66a.C, Lucullo s’impossessò di quella di Mitridate IV re del Ponto.

Possedere una biblioteca era diventata una moda e quindi si cominciò a pensare al modo più confortevole dove poterla ricavare e tenendo ben presente il modello greco si privilegiarono le grandi ville dove potersi rifugiare dalla città. Cicerone ne aveva una in ogni sua tenuta, prediligendo quelle delle ville di Tuscolo, Arpino e Pompei, dove in tranquillità poteva praticare l’otium intellettuale al riparo dagli impegni della vita pubblica.

Non tutti infatti pur possedendo delle collezioni ne riconoscevano esattamente il valore proprio, come nel caso del personaggio del Satyricon, Trimalcione,un liberto arricchito che pur di paragonarsi alla classe aristocratica, faceva sfoggio dei suoi libri nonostante possedesse una innata rozzezza d’animo.

Nonostante Trimalcione sia un personaggio di fantasia, è presumibile pensare che Petronio abbia attinto dalla realtà quotidiana per descrivere questa classe di parvenu ignoranti che per affermarsi avevano bisogno di “ostentare”. Seneca in proposito scrive:

A che fine innumerevoli libri e biblioteche , delle quali a stento il proprietario durante la propria esistenza riesce a leggere i cataloghi?..Per molti , ignari perfino dei primi rudimenti delle lettere, i libri non sono strumenti di studio, ma ornamento da sala da pranzo..Giustificherei pienamente questa ostentazione se fosse dettata dal desiderio di studio: invece queste opere di sacri ingegni, separate dai ritratti di costoro, vengono riunite per il decoro e l’ornamento delle pareti” (Dialoghi 9, 9, 4-7).

Nell’ambito della propaganda politica si inserì invece la fondazione delle prime biblioteche pubbliche e nel 39 a.C Asinio Pollione, riprese il progetto originario e incompiuto di Cesare,istituendo la prima biblioteca pubblica all’interno dell’Atrium Libertatis , dove peraltro erano già custoditi gli atti ufficiali della vita pubblica di Roma. La biblioteca di Asinio prevedeva anche due sezioni, una greca e una latina ed era adornata da statue di scrittori celebri tra cui Varrone, l’unico ancora vivente e che presumibilmente ricevette quest’onore poiché era stato incaricato da Cesare alla cura e organizzazione della biblioteca.

Augusto nel 28 a.C fondò la biblioteca ad Apollinis situata sul Palatino nel tempio di Apollo, di cui oggi non vi rimangono tracce,ma originariamente doveva essere composta da due aule absidate con all’interno delle nicchie per gli armadi. Le sale erano adorne di clipei raffiguranti gli autori più famosi mentre, in una delle absidi, vi era conservata una grande statua dello stesso Augusto in veste di Apollo.

La seconda biblioteca voluta da Augusto fu dedicata nel 23 a.C a sua sorella Ottavia e inserita all’interno del complesso del Portico di Ottavia. Tiberio invece ne edificò una nei pressi del tempio del Divo Augusto e ne ricavò un’altra all’interno del complesso palaziale della Domus Tiberiana.

Particolare cura per le biblioteche venne prestata da Domiziano che ne istituì una all’interno del Templum Pacis da lui inaugurato nel 75 d.C ed inoltre rinnovò quella situata all’interno della Domus Tiberiana che era stata gravemente danneggiata da un incendio.

Una delle più importanti biblioteche costruite a Roma, fu quella voluta daTraiano per sostituire l’Atrium Libertatis e inserita nel progetto urbanistico costituito dalla Basilica Ulpia e dalla Colonna Traiana. La biblioteca era dotata di due grandi sale destinate ad ospitare rispettivamente le opere greche e latine.

Anche nei complessi termali erano previste biblioteche messe a disposizione dei frequentatori, ma dovevano raccogliere più che altro opere di svago e intrattenimento che meglio si adattavano alla natura di quei luoghi. Le opere maggiori restavano conservate all’interno delle grandi biblioteche pubbliche,le quali tuttavia, nonostante fossero abbastanza diffuse e accessibili al pubblico, continuavano ad essere frequentate principalmente da studiosi desiderosi di ricercare opere specifiche A sostegno di questa ipotesi vi è la mancanza di dati archeologici riguardanti la presenza di sale di lettura.

Struttura interna e organizzazione

Della struttura interna delle biblioteche pochi sono i dati forniti dalle ricerche archeologiche. Le indagini effettuate all’interno dei Fori Imperiali hanno riconosciuto in un settore corrispondente a parte della Basilica dei santi Cosma e Damiano, una delle stanze della biblioteca di Domiziano, per la presenza lungo le pareti di questo ambiente ,di nicchie troppo piccole per l’alloggiamento di statue e invece perfettamente adattabili per la sistemazione degli armadi per i libri. All’interno del Foro di Traiano invece, l’ambiente più facilmente identificabile con la biblioteca, a sinistra della colonna, si trova attualmente al di sotto del piano stradale ed è costituito da una grande aula rettangolare, le cui pareti presentano una scansione a due ordini di colonne che incorniciavano le nicchie per gli armadi.

Le biblioteche quindi erano caratterizzate da uno o due ambienti rettangolari piuttosto spaziosi o in qualche caso circolari e chiudevano con un abside sulla parete di fondo opposta alla porta d’ingresso, dove di solito veniva collocata la statua della divinità, principalmente Minerva. Intorno alle sale, spesso si aprivano porticati di due piani, utilizzati come ballatoi. All’interno delle nicchie erano alloggiati gli armadi in legno, mentre l’illuminazione era garantita dalle aperture nei porticati e da finestre e lucernari.

Sebbene non vi siano testimonianze concrete sull’esistenza di vere e proprie sale di lettura sicuramente annesse alle biblioteche, vi erano una serie di ambienti di servizio utilizzabili come uffici e depositi per i libri.

Per ovviare ai problemi di umidità vi erano intercapedini poste tra i muri delle sale interne e quelli esterni dell’edificio.

Altre notizie ci sono riferite dalle fonti. Vitruvio nel De Architectura ricorda come “le biblioteche devono essere rivolte a oriente in modo da sfruttare il sole del mattino; inoltre i libri non imputridiscono. Infatti nelle stanze volte a sud e a ovest i libri vengono danneggiati dalle tignole e dall’umidità a causa del sopravvivere dei venti umidi, rendendo i rotoli ammuffiti con l’infondere loro aria umida” VI, 4, 1.

Plinio invece racconta della presenza di statue e clipei raffiguranti scrittori illustri ( PLIN., Nat. Hist., XXXV, 10). Le collezioni di libri in genere venivano donate da autori o evergeti, molto spesso imperatori ed è nota la presenza di cataloghi organizzati secondo ordine alfabetico dei vari scrittori. I libri collocati negli armadi,uno accanto all’altro, recavano la fronte verso l’esterno con i titoli bene esposti. L’accesso era aperto al pubblico ed esistevano delle norme per regolare prestiti, mentre il personale era costituito da un inserviente per il prelievo dei rotoli e da un procurator a capo della biblioteca.

Bibliografia

  • CAVALLO G. ( a cura di), Libri, editori e pubblico del mondo antico, Roma-Bari 1975
  • CAVALLO G.,FEDELI P., GIARDINA A. ( a cura di) , Lo spazio letterario di Roma antica. Roma 1989
  • CAVALLO G., Segni e voci di una cultura urbana in Roma antica, a cura di A. Giardina, Milano 2000
  • PESANDO F., Libri e biblioteche (Vita e costumi dei romani antichi, 17), Roma 1994.

Potreste trovare interessanti anche questi articoli:

  • Purtroppo non ci sono articoli correlati a questo.
Scegli un libro per approfondire questo argomento

Lascia un Commento

Si prega di inserire solo commenti inerenti l'articolo e l'argomento trattato.