Stige

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Stige

Stige

Nella mitologia greca e latina, Stige ( dal greco styx, stygos ‘ribrezzo’, ‘aborrimento’, ‘odio’ ) è la dea dell’omonimo fiume dell’oltretomba sulle cui acque giurano gli dei.

Cinque sono i fiumi infernali: oltre Stige

  • Cocito ( in cui sono immersi i peccatori comuni, nell’Inferno dantesco bacino gelato che costituisce il cerchio dei traditori )
  • Acheronte ( tramutato in fiume e gettato nell’oltretomba, sovente designato col suo stesso nome, da Giove, per aver dissetato i Titani )
  • Flegetonte
  • Letè ( il fiume della dimenticanza, sito nell’Averno, posto da Dante nel Paradiso Terrestre, cioè sulla cima del Purgatorio, ha la facoltà di cancellare il ricordo, la traccia dei peccati ).

(foto di apertura: Gustave Dorè. Stige)

Genealogia di Stige

Stige è la più anziana ed insigne delle Oceanine, figlia del titano Oceano e della titanide Teti ( o di Notte ed Erebo ), che generarono anche Asia, Elettra, Doride, Eurinome, Anfitrite ( la prima delle Nereidi ) e Meti; dalla sua unione con Pallante ( figlio di Crio ed Euribia, la figlia di Ponto ) (1) nacquero Nice – la Vittoria -, Cratos – la Forza -, Zelos – l’Emulazione -, Bia – la Violenza (2).

Esiodo cita i nomi di ben quarantuno Oceanine, aggiungendo però che il loro numero non sarebbe inferiore a tremila, cifra esagerata e senza dubbio non veritiera, che vuole tuttavia sottolineare l’innumerevole discendenza di Oceano, da cui sarebbero nati anche tutti i fiumi, sempre in numero di tremila.

Esiste una seconda genealogia che fa di Stige una delle molteplici amanti di Zeus, dal quale concepì Persefone, la regina dell’Oltretomba.

Il giuramento sulle acque dell’Oceanina

Per prima dunque giunse sull’Olimpo Stige immortale con i suoi figli, secondo i consigli del caro padre; Zeus la onorò, e le diede doni straordinari. E stabilì che lei fosse il grande giuramento degli dei, e che i suoi figli abitassero per sempre con lui.

Teogonia vv. 397 – 401

Stige è il ”grande giuramento degli dei” ( ‘θεω̃ν μέγαν όρκον‘ ), secondo quanto decretato da Zeus, come solenne ringraziamento per l’aiuto e la fedeltà da lei e dai suoi figli dimostrata nella guerra contro i Titani ( la cosiddetta Titanomachia ).

Ricompensandola per aver combattuto al suo fianco, Zeus le riserva un dono ed uno spazio speciali, rendendo il giuramento pronunciato sulle sue acque un vincolo assolutamente intrasgredibile.

Ogniqualvolta un dio faceva un giuramento, Iride, la messaggera degli dei, riempiva un orcio d’oro dell’acqua dello Stige, e lo portava sull’Olimpo, a ‘testimone’ del giuramento; chi commetteva spergiuro, infrangendo il giuramento, veniva colto da una sorta di paralisi, uno stato catatonico, per un intero anno; passato quest’arco di tempo, per altri nove anni, sarà esiliato dall’Olimpo,e gli saranno interdetti la compagnia delle altre divinità ed i conviti, finché, al decimo anno, potrà di nuovo tornare a farvi parte ( Theog. vv. 780 – 804 ):

È raro che la figlia di Taumante, Iride piedi veloci, / messaggera si aggiri sull’ampio dorso del mare. / Qualora contesa e guerra sorgano tra gli immortali / e qualcuno menta fra quanti abitano le case di Olimpo, / Zeus invia Iride a portare il grande giuramento degli dei, / da lontano, in una brocca d’oro, la celebre acqua / gelida, che stilla da roccia inaccessibile / e alta; […] Chi versandola commette spergiuro / degli immortali che possiedono la cima dell’Olimpo nevoso / giace senza respiro finché non si compia il ciclo di un anno; / né mai può farsi vicino all’ambrosia e al nettare / cibo, ma giace senza fiato e senza voce / sui letti stesi, e un funesto torpore lo avvolge. / Ma una volta che il morbo abbia fine, al termine di un grande anno, / all’una si succede un’altra più difficile gara: / per nove anni viene privato degli dei sempre viventi, / né mai frequenta il consiglio né i banchetti / per nove anni interi; nel decimo di nuovo si mescola / alle adunanze degli immortali che possiedono le case d’Olimpo.

L’unica testimonianza antica vicina al racconto esiodeo è il fr. 115 di Empedocle, ove si descrive la punizione di un dio reo di spergiuro, senza però menzionare l’Oceanina.

Erodoto ( Storie 6, 74 ) nomina una sorgente chiamata Styx, nel nord dell’Arcadia, che secondo gli abitanti del luogo scaturiva dal fiume infernale, e sulla cui acqua si prestavano i giuramenti più solenni ( 3 ).

Il fiume scendeva nel Tartaro, si divideva in varie ramificazioni e girava nove volte intorno il regno di Ade; le sue acque erano note per avere proprietà magiche, ed infatti è proprio qui che Teti immerse il piccolo Achille per renderlo invulnerabile.

Stige
Antonio Balestra. Teti immerge Achille nello Stige

La dimora di Stige, situata nell’Oltretomba, è un palazzo attorniato da colonne d’argento: quelli che Esiodo chiama i ”pilastri d’argento” potrebbero essere, secondo Frazer, gli enormi ghiacciai che in inverno sovrastano la gola dello Stige.

Sempre Frazer, che nel 1895 visitò personalmente la località in questione, ci informa che la sua acqua è straordinariamente fredda, ma priva di sostanze velenose: secondo la tradizione, infatti, quest’acqua sarebbe mortifera ed in grado di corrodere persino il ferro, il piombo, il bronzo, lo stagno, l’argento, l’elettro e l’oro, a tal punto venefica da aver causato la morte di Alessandro Magno dopo averne bevuto.

La palude Stigia

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Gustave Dorè. Gli iracondi

‘L’acqua era buia assai più che persa; / e noi, in compagnia de l’onde bige, / intrammo giù per una via diversa. / In la palude va c’ha nome Stige / questo tristo ruscel, quand’è disceso / al piè de le maligne piagge grige. / E io, che di mirare stava inteso, / vidi genti fangose in quel pantano, / ignude tutte, con sembiante offeso. / Queste si percotean non pur con mano, / ma con la testa e col petto e coi piedi, / troncandosi co’ denti a brano a brano’.

If. VII 103 – 114

La palude Stigia, già presente nell’Eneide virgiliana ( VI 323 ), è, nell’immaginario ultraterreno dantesco, la palude che circonda la città di Dite; in essa sono punite ‘l’anime di color cui vinse l’ira‘ ( If. VII 116 ), vale a dire gli iracondi, le ‘genti fangose‘ che si percuotono e si mordono ferocemente l’un l’altro.

Ma, oltre le anime visibili a fior d’acqua, al di sotto della superficie, ci sono, conficcati nella melma, altri peccatori che, coi loro sospiri e le loro parole, fanno gorgogliare la sommità dell’acqua; questi dannati ( presumibilmente un altro genere di iracondi e non già accidiosi, come si tende a credere ) gorgogliano il lamento per la pena cui li ha condannati il loro peccato:

Tristi fummo / ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, / portando dentro accidioso fummo: / or ci attristiam ne la belletta negra

( VII 121 – 4 ) ( 4 ).

Le ninfe stigie e Perseo

Le ninfe stigie sono legate alle vicende di Perseo, essendo le protettrici degli oggetti che servono all’eroe per uccidere Medusa, la cui testa doveva recare in dono al re Polidette. Per riuscire nell’impresa, l’eroe aveva bisogno del falcetto di Ermete, col quale decapitare Medusa, dei sandali alati, un sacco per mettervi la testa tagliata, e l’elmo di Ade, che conferisce l’invisibilità a chi lo indossa. Perseo arriverà da queste ninfe inaccessibili soltanto dopo esser riuscito a strappare alle Graie, le uniche che sapevano dove esse fossero, la loro esatta ubicazione.

Stige e il mito degli Aloadi

C’è un legame anche tra Stige ed il mito dei cosiddetti Aloadi, Oto ed Efialte, i due fratelli figli di Poseidone ed Ifimedea ( 5 ); essi decisero di muovere guerra agli dei, e giurarono sulle acque dello Stige che avrebbero violato l’uno – Efialte – Era, l’altro – Oto – Artemide.

Forti della profezia secondo cui non potevano essere uccisi né da uomini né da dei, e grazie anche alla loro mostruosa statura e corporatura, i due riuscirono a catturare Ares, liberato poi da Ermes ( 6 ); ma Artemide, dopo averli attirati a Nasso, li uccise con un abile inganno, facendo in modo che, per errore, si togliessero la vita tra loro, nel tentativo di abbattere una cerva bianca in cui si era trasformata Artemide.

Le loro anime discesero nel Tartaro, furono legate ad una colonna con delle corde di vipere vive, sulla cui cima stava appollaiata Stige, ghignando per i loro giuramenti non rispettati.

Note

  • 1 – La figura di Pallante non presenta tratti univoci nella tradizione letteraria: negli Inni omerici ( Inno a Ermes v. 100 ) viene menzionato come padre di Selene ( la Luna ), mentre esiste anche un Pallante re d’Arcadia ed eponimo della città laziale di Pallanzio. Costui è legato al culto della dea Atena, avendo onorato del dono del Palladio, la statua che ha contribuito alle sorti di Troia, Dardano, il celebre fondatore della dinastia troiana, cui aveva dato la figlia Crise in sposa.
  • 2 – Apd. I, 2.
  • 3 – L’esistenza di un fiume in Arcadia così chiamato è registrata anche da Strabone 8, 8.4; Pausania 8, 18.5.
  • 4 – L’ << accidioso fummo >> può trarre in inganno e lasciar credere che nella palude, per l’appunto, siano puniti peccatori di due diversi peccati: gli iracondi alla sommità, gli accidiosi al di sotto, nel fondo. Nel commento dell’Etica aristotelica, S. Tommaso ( maestro teologico di Dante ) faceva la distinzione tra gli iracondi << pronti all’ira >>, la quale in essi << non dura molto tempo >>; gli << amari >>, la cui ira è assai duratura, e si placa solamente a seguito della vendetta dell’offesa ( presunta o meno ) ricevuta, o, molto più lentamente, col tempo; i << difficili >> o << gravi >>, la cui ira si estingue solo con la vendetta. Queste due ultime categorie d’ iracondi, covando un unico pensiero ( la vendetta ), sono << tristi >>, la loro è una tristezza, un’incapacità d’agire che equivale ad un abito accidioso. L’accidia si configurerebbe pertanto come un aspetto, una sfaccettatura, dell’ira, non come un peccato a se stante; ancora un’altra figura per Dante molto importante, Brunetto Latini, così scriveva nel suo Tesoretto ( 2683 ssg. ): << In ira nasce e posa / accidia nighittosa: / ché, chi non puote in fretta / fornir la sua vendetta / … l’odio fa come suole, / che sempre monta e cresce / né di mente non li esce; / ed è ‘n tanto tormento / che non ha pensamento / di neun ben che sia >>.
  • 5 – Cfr. Apd. I, 7; Omero, Odissea II, 305 ssg.: Aloeo è soltanto il marito legittimo della loro madre Ifimedea, il padre putativo ( analogamente per Eracle, il cui padre putativo è Anfitrione, mentre il padre naturale è Zeus ). 6 – In Il. V, 385 ssg. si legge che il dio fu tenuto prigioniero per tredici mesi all’interno di una giara di bronzo, e liberato da Ermes, grazie all’ausilio della matrigna degli Aloadi, Eeribea, quando oramai era fiaccato dalla dura prigionia. Nell’Odissea non c’è l’episodio dell’imprigionamento del dio; stando ad uno scolio a questo passo, che probabilmente ammette leggende posteriori, i due fratelli avrebbero agito per conto di Afrodite, che voleva vendicarsi dell’uccisione di Adone. Comunque, i mitografi concordano nell’attribuire la liberazione di Ares ad Ermes, non a caso il dio dell’astuzia e dell’inganno.

Bibliografia

  • A. Ferrari, Dizionario di mitologia greca e latina.
  • Apollodoro, Biblioteca.
  • Dante, La Divina Commedia. Inferno.
  • Erodoto, Storie.
  • Esiodo, Teogonia.
  • R. Graves, I miti greci.
  • —– , La dea bianca.
  • Omero, Iliade.

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