Anfora di Eleusi

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Anfora del Pittore di Polifemo da Eleusi

Anfora del Pittore di Polifemo da Eleusi

La grande Anfora del Pittore di Polifemo, proveniente dalla necropoli di Eleusi e oggi conservata nel locale Museo Archeologico (Sala 1), costituisce uno dei più famosi esempi della nascente ceramografia attica.

Rinvenuto durante uno scavo, nel 1954, questo reperto è stato collocato dagli studiosi attorno alla metà del VII secolo a.C., in un momento storico in cui la produzione vascolare dell’Attica era ancora strettamente rivolta verso l’interno, inconsapevolmente chiusa all’esperienza di una fabbricazione industriale (a differenza, per esempio, dei raffinati aryballoi – vasi per profumi – esportati dalla città di Corinto sui mercati d’Occidente).

Forma e funzione

L’Anfora di Eleusi, spesso definita ‘colossale’ per le sue grandi dimensioni (1,42 metri), presenta un labbro estroflesso e appiattito attorno alla imboccatura. Le anse (sviluppate in verticale, lungo il collo strombato, e attaccanti sulla spalla) sono caratterizzate da una singolare decorazione plastica, realizzata a traforo, con motivi cruciformi. Il corpo, di forma ovoidale, poggia su un piccolo piede.

L’anfora funeraria è spesso definita con il termine greco sema (letteralmente, ‘segno’), indicante il segnacolo funerario. Sia nelle sepolture a inumazione, sia in quelle a incinerazione, si attribuiva molta importanza alla visibilità della tomba, e questi grandi vasi (collocati sulla sommità dei tumuli, lungo le strade principali) avevano proprio lo scopo di attirare l’attenzione dei viandanti; non a caso, la decorazione figurata di questo vaso si trova solo su uno dei due lati, mentre l’altro è variamente riempito, con motivi decorativi astratti.

Fra IX e VII secolo a.C., fra le tipologie di sema più diffuse in Attica, si trova proprio l’anfora funeraria (mentre solo a partire dal VI secolo a.C., poi, prenderanno piede le grandi statue funerarie). Il fondo di questi grandi vasi era generalmente forato, per permettere lo scorrere delle libagioni sotto terra: nella mentalità greca antica, infatti, il morto era immaginato perennemente assetato (com’è ben visibile anche in Odissea, XI, 43-66). L’anfora in questione era legata alla tomba di un bambino (le cui ossa erano state deposte al suo interno).

Anfora del Pittore di Polifemo da Eleusi

Stile, attribuzione e decorazione

A livello stilistico, il reperto si colloca nel periodo ‘Protoattico Medio’ (680-630 a.C.), precedente la grande stagione della pittura attica a figure nere. Lo stile pittorico, definito ‘White and Black’, è caratterizzato dalla presenza di grandi figure dipinte in nero, a campitura piena (silhouette) o solo a contorno (outline), con pochissimi dettagli realizzati a incisione e largo impiego di colore bianco.

Essendo a noi ignota l’identità del ceramografo, si è deciso di ribattezzare convenzionalmente questo artista con il nome di ‘Pittore di Polifemo’ (dal tema raffigurato sul collo del vaso); la sua mano è stata individuata da Mylonas anche in un cratere (un vaso da simposio, utilizzato per diluire il vino con l’acqua) conservato a Berlino (e già attribuito al Pittore dei Cavalli), in un sostegno per cratere (ritenuto opera del Pittore della Brocca degli Arieti – che fu forse allievo del Pittore di Polifemo) e, ancora, in una serie di frammenti ceramici, provenienti dall’Agorà di Atene.

La decorazione del vaso è ripartita in tre fregi figurati: la scena principale, di carattere epico, è dipinta sul collo; una seconda scena, raffigurante una teromachia (lotta fra animali), è situata sulla spalla, mentre la terza, a sfondo mitologico, si trova dispiegata sulla pancia del vaso.

L’accecamento di Polifemo, come già detto, costituisce la parte principale della decorazione figurata: inquadrati fra le due anse, distesi lungo tutto il collo, tre eroi barbati si apprestano a piantare un lungo palo di legno nell’unico occhio del Ciclope, che, seduto a terra, ubriaco, tenta inutilmente con una mano di togliere la punta acuminata dall’occhio, mentre con l’altra regge ancora la coppa da vino.

Tutti i personaggi sono dipinti in nero, eccetto quello più vicino al Ciclope (realizzato a linea di contorno), presumibilmente per essere meglio differenziato dagli altri due (e subito identificato, per questo, con Odisseo). Tutto lo spazio circostante i personaggi, privo di qualunque caratterizzazione ambientale, presenta un’affollata massa di motivi decorativi, dalle forme più disparate, utilizzati come riempitivi, secondo una tendenza tipica della pittura vascolare di questo periodo (horror vacui).

La scena sottostante, incentrata sulla spalla del vaso, raffigura la lotta fra un cinghiale e un leone, mentre sotto di essa, inquadrata fra un motivo a treccia (sopra) e una banda ‘a denti di lupo’ (sotto), è raffigurata la corsa delle Gorgoni, lanciate all’inseguimento di Perseo.

L’eroe ha appena decapitato Medusa, il cui corpo, giacente morto su un letto di fiori, costituisce la decorazione principale del retro del vaso; il giovane si appresta a fuggire, inseguito dalle due sorelle di Medusa – Steno ed Euriale – che vengono però ostacolate, lungo la strada, dall’apparizione della dea Atena, giunta in soccorso del suo protetto.

Di particolare interesse risultano proprio le due Gorgoni in corsa, il cui movimento è ben reso dall’emergere della gamba dalla lunga veste, e i cui volti , rotondeggianti e decorati con protomi di serpente e di leone, denunciano una probabile ispirazione dell’artista ai tipici calderoni d’età orientalizzante (in un momento in cui l’iconografia di questi demoni non era ancora stata ben definita).

Nella scelta di questi episodi mitologici, Hölscher ha creduto di poter rileggere un’ideale esaltazione della nuova cultura greca (la cui identità si andava definendo in quegli anni), in contrapposizione alla natura selvaggia dei popoli lontani, riflessi in questi mostri mitologici (relegati, non a caso, ai confini del mondo civilizzato).

Anfora del Pittore di Polifemo da Eleusi

Bibliografia

  • T. HӦLSCHER, L’arte greca, Einaudi, 2008.
  • S. RATTO, Grecia, in ‘I Dizionari delle Civiltà’, Electa, 2006.
  • J. BOARDMAN, Archeologia della Nostalgia. Come i greci reinventarono il loro passato, Mondadori, 2004.
  •  R. BIANCHI BANDINELLI, E. PARIBENI, L’arte dell’antichità classica – Grecia, UTET, 1976.
  • L. BANTI, Enciclopedia dell’Arte Antica (Classica e Orientale), Vol. VI, 1965, ad vocem ‘Polifemo (Pittore di)’

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